INCONTRO FRA IL VESCOVO DI VITERBO E I GIORNALISTI DELLA STAMPA LOCALE

VITERBO – Il 23 dicembre, antivigilia del Santo Natale, si è svolto l’incontro fra il vescovo della Diocesi di Viterbo mons. Orazio Francesco Piazza e i giornalisti della stampa locale, presso la Curia vescovile per uno scambio amichevole di auguri, per analizzare insieme tematiche significative e condividere riflessioni, in vista delle festività e del Giubileo 2025. Talvolta, presi dai problemi quotidiani, dalla corsa frenetica agli acquisti, da futili banalità, si dimentica il vero senso della nascita di Gesù. “Dimentichiamo di invitarlo alla Sua festa, al Suo compleanno”- ha affermato mons.Piazza.
Le parole del Vescovo hanno illuminato, con il calore e la luce pura del Natale, un momento di rinnovata speranza e di autentica comunione. In un’epoca che spesso sembra caratterizzata da frammentazione e conflitto, anche a volte fra i rappresentanti delle diverse testate locali, mons.Piazza ha saputo, con saggezza, richiamare anche gli operatori della comunicazione alla responsabilità di costruire ponti anziché muri, di abbracciare la diversità anche nel modo di diffondere le notizie, come un arricchimento reciproco, e di riscoprire il potere della condivisione, tanto necessario per la coesione sociale e per il benessere collettivo in ogni campo professionale e non.
L’incontro è stata un’occasione preziosa di eloquente riflessione sull’importanza dell’unità fra i cristiani, dell’integrazione e della condivisione, valori fondamentali in un periodo in cui le sfide sociali e culturali sembrano amplificare le divisioni tra le nostre comunità.
In vista del Giubileo 2025, le parole del Vescovo assumono un significato ancor più profondo; rappresentano un invito a riflettere sul nostro cammino umano e spirituale, a rinnovare le nostre promesse di solidarietà e a impegnarci in un percorso di riconciliazione. Il Giubileo ci offre l’opportunità di tornare alle radici della nostra fede, rinnovando il nostro impegno verso il prossimo e abbracciando l’amore come fulcro delle nostre azioni.

Le riflessione di mons Piazza sul significato del Natale ci ricordano inoltre che, al di là delle celebrazioni materiali, ciò che conta veramente è la volontà di tendere la mano verso il nostro simile, di ascoltare le esigenze degli altri e di promuovere una cultura di pace e di gioia condivisa. In questo contesto, il Natale diventa non solo una ricorrenza, ma un’esortazione a vivere in pienezza i valori del Vangelo, portando luce e calore nei cuori di chi ci circonda.

L’ eloquenza e la sua capacità di toccare le corde più intime delle nostre anime sono un dono prezioso per la comunità viterbese. Mons. Piazza, con la Sua guida ispiratrice e con l’amore che dedica alla nostra diocesi, sa sempre offrire parole che servono a stimolarci e a orientarci verso un futuro di unità, integrazione e condivisione, affinché il messaggio di speranza del Natale possa essere un faro luminoso nel cammino della nostra vita quotidiana. Il Vescovo ha risposto con chiarezza alle domande poste dai giornalisti delle varie testate locali, affrontando tematiche di attualità relative ai fedeli, al territorio della Tuscia e, più in generale, all’intera umanità e analizzando luci e ombre della vita quotidiana. Fra le luci, si è parlato del trasporto straordinario della Macchina di Santa Rosa in vista del Giubileo. Il Vescovo, a tal proposito, ha evidenziato che il trasporto non è di sua competenza, ma che, pur essendo organizzato dal Comune e dal Sodalizio dei facchini di Santa Rosa, Egli auspica di condividere con loro la decisione di effettuarlo, ma ha anche ricordato che il trasporto speciale e straordinario della Macchina è avvenuto unicamente alla presenza del Papa. In un anno impegnativo e intenso, come quello che sta arrivando, con il Giubileo 2025,
“Il 2 settembre – ha spiegato il vescovo Piazza – non trasporteremo solo il cuore, ma il corpo di Santa Rosa per dare valore giubilare alla festa – oltre a Dies Natalis – fatte salve tutte le ricognizioni e le autorizzazioni del caso”. Il sacro corpo di Santa Rosa, dunque, tornerebbe a percorrere, trasportato dai suoi Facchini, i luoghi che la videro operare nel Bene e in nome di Cristo.
“Io vivo le manifestazioni con la mia presenza caratterizzante, ma sempre nel rispetto delle istituzioni – ha tenuto a sottolineare il Vescovo, che non si è sentito di fare una richiesta al Santo Padre per assistere al trasporto della Macchina, in un anno così denso di impegni per il pontefice.
Per quanto concerne la preparazione della città e della Diocesi al Giubileo, mons.Piazza ha precisato: “Vivrò un Giubileo itinerante su tutte e cinque le zone territoriali”.
Il Vescovo ha, quindi analizzato alcune tematiche:
la sensibilità delle persone, che dovrebbe essere” nel curriculum personale di ciascuno”, oltre alle competenze; la realtà economica e sociale della Tuscia, la necessità di fare rete fra le associazioni e poi la cura dell’ambiente e del creato. Ha anche ricordato l’importanza della data del 30 aprile 2025, una giornata dedicata al lavoro e ai lavoratori, con il coinvolgimento quest’anno anche di tutte le realtà sindacali e imprenditoriali.

Mons.Piazza ha poi fatto un bilancio dei suoi primi due anni di Vescovato a Viterbo, nei 35 comuni del territorio: in ogni comune egli è stato almeno 2/3 volte.
“Non vedo nell’identità di un territorio un limite, lo diventa quando si chiude alla relazione. L’obiettivo è abbattere queste mura, che non significa perdere l’identità, ma creare un servizio per costruire strutture per far vivere questi territori”. Il Vescovo ha parlato poi di servizi, di solidarietà, evidenziando la necessità di insegnarla anche, per almeno un’ora a settimana, nelle scuole, di rispetto, del rapporto genitori – figli, profondamente mutato rispetto a qualche anno fa (“Prima i figli temevano i genitori; ora sono i genitori ad aver paura dei figli” ha detto in tono scherzoso il Vescovo), della gioventù odierna e della necessità di trovare valori condivisi da perseguire, di integrazione, di disagio sociale, proponendo unione di forze – anche da parte delle associazioni – per aiutare il prossimo.
Il Vescovo ha parlato anche della ricerca della tomba di Alessandro IV e della collaborazione con l’università della Tuscia: “La ricerca della tomba di Alessandro IV sta diventando un romanzo. Attorno alle absidi e alle cattedrali c’erano degli ipogei, delle tombe, però c’è un grande dubbio: la tomba è presso la zona absidale o da tutt’altra parte?”- Mons. Piazza ha anche parlato del primo conclave della storia, annunciando anche l’uscita di un nuovo libro sul tema e ha poi aggiunto: “Nell’anno Giubilare si aprirà la cappella di Giovanni XXI”. Il valore interreligioso e l’inclusione sono stati argomenti lungamente trattati da mons.Piazza, che ha infine annunciato il motto e l’augurio del Natale 2024: “Facciamoci compagnia”!

Il motto del vescovo “Facciamoci compagnia, non lasciamo nessuno solo” esprime un messaggio profondo di solidarietà, inclusione e comunità, particolarmente significativo in vista del Natale.

1. Spirito di comunità. Natale è tradizionalmente un momento di riunione e condivisione. Questo motto ci invita a valorizzare le relazioni umane e a creare legami più forti fra le persone, sottolineando l’importanza di stare insieme, specialmente in un periodo che può essere solitamente celebrato in famiglia.

2. Attenzione agli ultimi. La frase richiede una riflessione sul nostro comportamento nei confronti delle persone più vulnerabili, come gli anziani, i malati, o chi vive situazioni di isolamento. È un invito a non voltare le spalle a chi ha bisogno di aiuto e compagnia.

3. Riflesso del messaggio cristiano. Il Natale celebra la nascita di Gesù, che è venuto per portare amore e speranza. Questo motto può essere visto come un invito a seguire l’esempio di accoglienza e amore incondizionato che il messaggio cristiano offre.

4. Promozione del dialogo. Facendoci compagnia, si promuove anche una comunicazione aperta e sincera, che è essenziale per affrontare le sfide della vita. Mescolarsi e interagire con chi ci circonda contribuisce a creare un ambiente più caloroso e accogliente.

In sintesi, il motto del vescovo è una chiamata all’azione per tutti noi, spingendoci ad essere più presenti nei confronti degli altri, a costruire comunità più forti e a diffondere un messaggio di amore e solidarietà durante le festività e oltre.

Anna Maria Stefanini

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13 DICEMBRE 1466: MUORE DONATELLO, MAESTRO DEL RINASCIMENTO FIORENTINO

La data di nascita dello scultore fiorentino Donato Bardi, in arte “Donatello”, non si conosce con precisione e può essere soltanto stimata per via indiretta da documenti biografici; secondo alcune fonti ricadrebbe entro la finestra temporale 1382-1390, secondo Wikipedia sarebbe avvenuta nell’anno 1386.
Anche le notizie sulla famiglia d’origine sono scarse; del padre Niccolò di Betto di Bardi si sa che apparteneva all’Arte Maggiore della Lana in qualità di addetto alla fase della “tiratura”, quella in cui le pezze appena tessute venivano stese e tirate prima di essere inviate alla successiva fase della tintura; si sa anche di un suo coinvolgimento nelle lotte fra le fazioni di Firenze e di essere persino incorso in un’accusa di omicidio dalla quale però uscirà assolto. Della madre se ne conosce il nome: Orsa.
Alcune ricostruzioni biografiche riportano che nel biennio 1403-1404, il giovane Donatello è a Roma insieme al celeberrimo architetto Filippo Brunelleschi (1377-1446), autore della omonima “cupola” del duomo di Firenze, per studiare da vicino le opere classiche.
Circa il suo noviziato artistico è accertato che tra il 1404 e il 1407 lavora come apprendista a bottega dell’importante scultore, orafo e architetto Lorenzo Ghiberti (1378-1455), capomastro, insieme al Brunelleschi, dell’Opera del Duomo fiorentino e autore delle celebri “Porte del Paradiso” del Battistero.
Dopo il 1407 ottiene la promozione ad assistente dello stesso Ghiberti.
In questo periodo affina l’arte della scultura e della lavorazione dei metalli nobili, in particolare dell’oro e del bronzo.
Nel 1406 gli vengono commissionate due statue di profeti da collocare sulla “Porta della Mandorla”, posta nella fiancata nord del Duomo; si sa che ne realizzerà solo una che purtroppo è andata perduta.
La prima opera giovanile di Donatello è il “David marmoreo”, scolpita tra il 1408-1409, destinata al coro del duomo, poi collocata a Palazzo Vecchio e oggi al Museo del Bargello.
Ulteriori opere attribuibili al periodo giovanile di Donatello sono i due crocefissi destinati alle chiese di Santa Croce e Santa Maria Novella di Firenze.
Giorgio Vasari (1511-1574), fondatore della disciplina della “storia dell’arte”, nella sua “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori” riferisce la celebre critica di Brunelleschi all’iperrealistico crocefisso di Santa Croce: “aver messo in croce un contadino”. Brunelleschi, che concepiva la santità come bellezza e armonia di forme e non aveva capito che Donatello aveva intrapreso una nuova filosofia stilistica, fondata sulla resa realistica delle proprie rappresentazioni, inclusa la sofferenza di Cristo.
Tra il 1409 e il 1411, sempre per il duomo, scolpisce il San Giovanni Evangelista; in quest’opera il nuovo stile di Donatello assume dimensioni e forme più compiute e si percepisce chiaramente l’abbandono delle forme astratte e ieratiche del “vecchio” gotico a favore di figure più “fisiche” ed espressive. La statua è oggi conservata al Museo dell’Opera.
Proseguendo in questo nuovo percorso stilistico realizzerà più tardi anche un San Marco e un San Giorgio.
In questo periodo Donatello sviluppa la tecnica detta del “rilievo schiacciato”, basata su rilievi e profondità minori rispetto alle sculture tradizionali e sull’impiego della prospettiva anche nell’arte scultorea attraverso la cura del dettaglio nelle parti vicine all’osservatore e incidendo in modo più sfumato quelle più lontane.
In questo modo Donatello mostra di concepire l’arte come “interazione” nella quale l’osservatore non è mero spettatore ma contributore dell’opera.
In una annotazione risalente al 1412 nel registro delle corporazioni di Firenze Donatello è formalmente qualificato come “orafo e scalpellatore”.
In breve tempo Donatello diviene scultore di grande fama e uno dei più richiesti per l’opera del duomo e dalle corporazioni fiorentine.
Per diversi anni Donatello continuerà a lavorare per l’opera del duomo e a collaborare col Brunelleschi.
Nel 1422 il sodalizio “Ordine di parte guelfa” di Firenze gli commissiona la sua prima opera per fusione di bronzo: la statua di S. Ludovico; l’opera sarà consegnata nel 1425.
In quel periodo riceve la prima importante commessa fuori Firenze: la decorazione del fonte battesimale del battistero di Siena.
Donatello è ormai un artista affermato e richiesto in tutta la Toscana, a Roma e, più tardi, a Padova; diverse sue opere si trovano oggi in vari musei del mondo.
Nei primi anni ’40 del Quattrocento sviluppa il celeberrimo “David” in bronzo, il più importante nudo a grandezza naturale dell’intero Rinascimento e una delle maggiori opere di tutti i tempi, oggi conservato al museo del Bargello; la riproduzione in piccolo del “David”, dalla metà degli anni ’50, è uno dei più prestigiosi e ambiti premi cinematografici italiani.
Intorno alla metà degli anni ’40 del Quattrocento realizza anche il monumento equestre raffigurante il Gattamelata (Erasmo da Narni), posto nella piazza della Basilica del Santo a Padova.
Dopo un’instancabile vita itinerante trascorsa tra Firenze e le maggiori città d’arte italiane, lasciando dietro di sé un’incredibile serie di capolavori, muore a Firenze il 13 dicembre di 558 anni fa; secondo alcune fonti in solitudine. Tuttavia ad accompagnare la bara c’era anche il grande scultore e ceramista fiorentino Andrea della Robbia.

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In memoria di Emily Dickinson

Il canone letterario mondiale annovera al suo interno una maggioranza di autori, nonostante siano state molte le autrici a dedicarsi alla poesia e alla letteratura nella storia.

A parte qualche raro caso, non è semplice trovare i loro componimenti nelle antologie più comuni. La disparità numerica tra opere di matrice maschile e femminile presente nei libri di testo non permette di dare il giusto peso alle donne della letteratura all’interno dei programmi e delle spiegazioni dei docenti, relegando spesso poetesse di grande valore a piccoli spazi in corsi dedicati alla letteratura di genere, tenuti soprattutto in ambienti universitari.

Le poetesse nella storia, tuttavia, hanno dato una lettura del mondo unica e all’avanguardia, in ogni epoca. Ispiratrici, provocatrici, crude o delicate, con le loro personalità hanno dato voce a temi importanti: dall’amore alla religione, dalla guerra alla quotidianità, fino alla definizione di un “io” non individualista, ma collettivo, l’io femminile.

Fra le poetesse, non si può non ricordare Emily Dickinson, nata il 10 dicembre 1830, uno dei più grandi talenti della storia della poesia.

Trasformò in versi la sua anima così rara e appassionata con poesie di irresistibile bellezza in cui scrisse di tutto ciò che conta: l’amore, la natura e il sacro.

Scrisse: “Prima di amare, io non ho mai vissuto pienamente.” “Se leggo un libro e questo rende il mio intero corpo così freddo che nessun fuoco potrà mai scaldarlo, so che è poesia.”

Emily Dickinson condusse una vita apparentemente insignificante scrivendo lettere e alcune delle poesie più belle e originali del XIX secolo. La prima raccolta Poems by Emily Dickinson (Poesie di Emily Dickinson) fu pubblicata postuma nel 1890 e conteneva centoquattordici composizioni. Nel 1891 fu pubblicato il volume intitolato Poems: Second Series, e nel 1895 la raccolta Poems: Third Series.

La sua poesia fu influenzata dalla lettura di William Shakespeare, John Milton, i poeti metafisici e scrittori a lei contemporanei come Emily Brontë, ma anche la tradizione puritana del New England e il trascendentalismo di Emerson contribuirono a formare il suo pensiero. Tutte queste influenze sfociarono in uno stile poetico originale lontano dal gusto e dagli eventi contemporanei.

Presi un sorso di vita

Ho preso un Sorso di Vita −
Vi dirò quanto l’ho pagato −
Precisamente un’esistenza −
Il prezzo di mercato, dicono.
M’hanno pesata, Granello per Granello −
Bilanciata Fibra con Fibra,
Poi m’han dato il valore del mio Essere −
Un solo Grammo di Cielo!

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7 DICEMBRE 1598: NASCE LO SCULTORE GIAN LORENZO BERNINI, IL POETA DELLA FORMA

“il Cavalier Bernini, quel famosissimo scultore che ha fatto la statua del Papa e la Dafne […]
ch’è il Michelangelo del nostro secolo [… ] e che è un uomo da far impazzire le genti”
Fulvio Testi (1593-1646); poeta e scrittore

La fortuna di Gian Lorenzo Bernini è nascere e compiere la prima formazione a Napoli proprio quando la città partenopea, tra il 1589 e il 1609, è punto di raccolta di uno dei più importanti team di artisti di sempre: il gruppo chiamato a restaurare la celebre Certosa di San Martino al Vomero (oggi sede del Museo Nazionale di San Martino), eretta nel Trecento da Carlo D’Angiò.
Fra gli artisti chiamati a Napoli figura anche il pittore e scultore di Sesto Fiorentino Pietro Bernini (1562-1629), padre di Gian Lorenzo. Il figlio segue il padre sul cantiere e apprende precocemente i rudimenti dell’arte scultorea.
Nel 1606, quando Gian Lorenzo ha otto anni, Pietro viene chiamato a Roma da papa Paolo V e il figlio continua a seguire il padre sul campo, affinando ulteriormente la propria maestria e la propria sensibilità in quella che era la maggiore capitale mondiale dell’arte.
La sua iniziazione artistica si realizza in una delle eccellenze dell’arte romana: la cappella Paolina dell’arcibasilica di Santa Maria Maggiore all’Esquilino, dove Paolo V stava realizzando il proprio monumento funebre. La direzione dei lavori è affidata al valente architetto Flaminio Ponzio e probabilmente è da lui che il giovanissimo Gian Lorenzo apprende il senso dell’unitarietà dell’opera d’arte come complesso di elementi e stilemi coordinati e coerenti con il motivo ispiratore e le sensibilità del tempo e del luogo.
Forte di questa esperienza Gian Lorenzo continua a maturare e questo gli vale il suo primo salto di qualità: da semplice accompagnatore diviene collaboratore alla pari del padre e il loro primo lavoro è la coppia Priapo e Flora, oggi al Metropolitan Museum of art di New York (le statue oggi visibili a Villa Borghese sono copie riprodotte con tecniche digitali).
Seguono la decorazione della Cappella Barberini in Sant’Andrea della Valle e il “Fauno che scherza con i due amorini” del 1614, anche questo al Metropolitan.
A partire dal 1614, all’età di 16 anni, Gian Lorenzo si mette in proprio; le opere principali di questo esordio sono la scultura “San Lorenzo sulla graticola” del 1617, oggi agli Uffizi di Firenze e il “San Sebastiano”, anche questo del 1617, commissionato dal cardinale Barberini, oggi al museo Thissen-Bornemisza di Madrid.
In questa scultura Bernini mostra di aver maturato un proprio stile espressivo in cui il dettaglio anatomico naturalista si fonde in modo felice e originale con l’eleganza di forme altamente astratte.
Questi primi capolavori gli attirano l’attenzione e la simpatia di un grande mecenate, cultore delle arti, collezionista e intenditore di opere e di talenti: il cardinale, nipote di papa Paolo V, Scipione Borghese (1577-1633) al cui nome è intitolata la celebre “villa di delizie” di Porta Pinciana che oggi ospita l’altrettanto celebre “Galleria Borghese”, uno dei maggiori musei statali italiani.
Per il raffinato porporato il ventenne Bernini realizza il famoso piccolo busto del di lui zio, dando inizio a un sodalizio che durerà fino al 1625. Durante questo periodo realizza opere altamente complesse come il gruppo “Enea, Anchise e Ascanio” (1618-‘19), il “Ratto di Proserpina” (’21-’22), un “David” (’23-’24) e “Apollo e Dafne” (’22-’25); tutte opere andate ad arricchire la sua superba omonima villa.
Dopo questa serie di capolavori Gian Lorenzo Bernini è una star conosciuta e apprezzata in tutta Italia, unanimemente acclamato come il “nuovo Michelangelo”.
Negli anni 20 del Seicento Gian Lorenzo riprende la sua seconda passione: la pittura, dedicandosi alla realizzazione del cosiddetto “ritratto con busto”, un format non di rado incline alla vocazione celebrativa, segnata da insistiti tratti fieri, severi e distaccati a onore degli augusti personaggi rappresentati.
Bernini muta radicalmente questa prospettiva mettendo in scena volti realistici, “fermati” in espressioni dinamiche, rivelatrici di pensieri e moti psicologici.
Nel 1623 il cardinale Maffeo Barberini viene eletto papa col nome di Urbano VIII, che aveva grandi progetti per una riforma urbanistica di Roma ispirata all’arte. Subito chiama Bernini per affidargli importanti incarichi pubblici; tra questi quello di commissario e revisore dei condotti delle fontane di piazza Navona; la direzione della Fonderia di Castel Sant’Angelo e la soprintendenza dell’Acqua Felice, un’importante opera idraulica realizzata per rifornire di acqua Viminale e Quirinale (il nome “Felice” è in onore di Felice Peretti, papa Sisto V).
In questa veste realizzerà le celebri fontane del “Tritone” (1642-’43) e delle “Api” (1644).
Nel ’29 diviene anche direttore dei lavori di San Pietro dove realizzerà grandi opere, tra le quali il celeberrimo baldacchino di San Pietro, con le scenografiche colonne scure spiraliformi in collaborazione, per la parte architettonica, con il collega e rivale Francesco Borromini.
Nel 1636 Gian Lorenzo intraprende una complicata relazione sentimentale con la nobildonna viterbese Costanza Piccolomini Bonucelli (1614-1662), moglie dello scultore Matteo Bonarelli, per qualche tempo assistente di Bernini. Al momento dell’incontro Costanza ha 22 anni, lui 38. Sfortunatamente Costanza intrattiene una relazione anche con il fratello di lui, Luigi e quando lo scandalo viene alla luce Gian Lorenzo impazzisce per la gelosia. Le cronache raccontano che farà sfregiare Costanza da un suo servitore e minaccia di uccidere il fratello.
Il 15 maggio 1639, chiusa questa turbolenta vicenda, Gian Lorenzo sposa Caterina Tezio; le cronache raccontano di un matrimonio felice da cui nasceranno 11 figli.
Sfortunatamente per Gian Lorenzo, nella sua biografia non mancano anche nemici e detrattori, invidiosi dei suoi successi e appoggi.
Nel 1644 muore Urbano VIII e il successore Innocenzo X Pamphili non sarà altrettanto generoso come il predecessore e i suoi denigratori, dentro e fuori la curia, possono alzare la voce.
Nel 1647 vengono rilevate crepe in alcune torri campanarie di San Pietro realizzate da Bernini e diversi gli imputano errori progettuali; Innocenzo lo incolpa, ordina l’abbattimento delle opere e gli addebita i costi in un coro di ingiurie e accuse infamanti.
Prostrato e ferito nell’orgoglio Bernini realizza per proprio conto la “Verità scoperta dal Tempo”, un’allegorica rappresentazione delle ingiuste persecuzioni cui è sottoposto e porta a termine uno dei suoi massimi capolavori: la “Cappella Cornaro”, comprendente la celeberrima “Estasi di santa Teresa d’Avila”.
Nel 1651, con uno stratagemma ottiene l’incarico per la realizzazione della “Fontana dei quattro fiumi” di piazza Navona; un gioiello che gli consente di risollevare le sorti della propria carriera.
Con l’elezione del nuovo papa Alessandro VII (Fabio Chigi) Bernini torna ad essere il principale riferimento dei progetti di rinnovamento urbanistico di Roma e i segni rappresentativi dell’impronta del Bernini sul cosiddetto “secondo Rinascimento dell’Urbe” sono soprattutto tre: l’accesso a piazza del Popolo con la “Porta” e le due chiese gemelle, la “Cattedra di san Pietro” e il colonnato espressione dell’abbraccio della chiesa al mondo.
Artista ormai di fama internazionale, nel 1665, all’età di 67 anni, è chiamato in Francia per realizzare importanti lavori, tra cui il “Louvre”; ma dovrà fare i conti con l’ostilità degli architetti locali, ragione per cui dopo alcuni mesi preferisce abbandonare e fare ritorno a Roma.
Durante il nuovo soggiorno romano riduce progressivamente il suo impegno artistico e si dedica a un appartato ritiro spirituale.
Dopo una paralisi a un arto Gian Lorenzo Bernini muore il 28 novembre 1680; per suo volere viene tumulato in una modesta tomba in Santa Maria Maggiore.

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4 DICEMBRE 1882: MUORE UN GRANDE VITERBESE ONORARIO IL GENIALE ARCHITETTO VIRGINIO VESPIGNANI

La città di Viterbo gli deve tanto.
Virginio Vespignani, uno dei maggiori architetti italiani dell’Ottocento, ha lasciato l’impronta del suo genio soprattutto in Roma ma molto ha seminato anche a Viterbo.
Vespignani nasce a Roma il 12 febbraio 1808; città dove muore il 4 dicembre 1882; le enciclopedie lo riconducono alla corrente del neoclassicismo ma le sue opere raccontano di una figura complessa con influenze rinascimentali e romantiche. Fu anche un apprezzatissimo studioso di monumenti antichi. Fra le opere romane più celebri spiccano la continuazione del cimitero del Verano, iniziato dall’architetto Giuseppe Valadier (noto ai più per essere il progettista della celebre “casina”), il restauro “interpretativo” dell’antica basilica di S. Maria in Trastevere, la “cappella della Madonna dell’Archetto”, la “cappella piccola” del rione Trevi (quello della famosa Fontana), il restauro di due importanti porte romane: Porta Pia e Porta S. Pancrazio nelle Mura Aureliane.
Perché Vespignani è importante per Viterbo? Perché è stato il progettista del Teatro dell’Unione e del Gran Caffè Schenardi.
Vespignani vince il concorso indetto nel 1845 dalla “Società dei Palchettisti” per la costruzione del secondo teatro di Viterbo e il nome “dell’unione” proviene dall’iniziativa unitaria di quella società, presieduta dal conte Tommaso Fani Ciotti. Allora c’era già il Teatro Genio e la coesistenza di due teatri racconta di quanto doveva essere culturalmente vivace la nostra città in quel periodo.
È utile richiamare come l’opera lirica, nell’Ottocento, fosse un vero stigma identitario nazionale e un’espressione delle aspirazioni unitarie degli italiani ed è lecito ritenere che la denominazione “Teatro dell’Unione” esprimesse riferimenti espliciti a quegli ideali.
Di quella intensa parentesi viterbese sono testimonianza le 280 lettere di Vespignani indirizzate ai costruttori locali, attualmente conservate nella Biblioteca degli Ardenti e oggetto di un importante volume “Le 280 lettere di Virginio Vespignani per la costruzione del Teatro dell’Unione di Viterbo”.

Ricavato in un palazzo di corso Italia risalente alla fine del XV secolo, il “Gran Caffè Schenardi” (1855) è un altro parametro architettonico; un gioiello cittadino per troppo tempo colpevolmente chiuso.
Vincenzo e Crispino Schenardi di Napoli, “pasticceri, confettieri e liquoristi”, chiamarono proprio Virginio Vespignani il quale non deluse le attese trasformando il vincolo strutturale dell’edificio originario in un grandioso effetto scenico: una galleria neoclassica, con colonne, nicchie e statue dove negli anni sono passati re, papi, eroi, scrittori, registi, attori e giornalisti.
Opere di Vespignani si trovano anche a Tarquinia (monumento al cardinal Quaglia e Palazzo Bruschi) e a Orvieto: il Teatro Mancinelli è un suo progetto.
Virginio Vespignani è uno dei maggiori contributori dell’identità viterbese ma, purtroppo, colpevolmente dimenticato; a 142 anni dalla scomparsa questo vuol essere il contributo alla memoria de “Ilcaffeletterario.org”.

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Il Tango: un viaggio emozionante nella passione e nell’arte

La sala è velatamente illuminata da riflessi dorati. Il suono di un bandoneón riempie soffusamente l’aria e l’anima, insieme alle pulsazioni del cuore. Un gruppo di ballerini si è radunato in cerchio. Uno sguardo intenso, scuro; è un invito a ballare. È il mio primo incontro con il tango, un mondo vibrante e appassionato che mi chiama con forza ma anche con delicatezza.

I miei primi passi sono incerti, quasi titubanti, mentre si avvicina alla partner. Il battito del cuore accelera, in un misto di timore e adrenalina che fa brillare gli occhi e tremare i piedi cinti da luminose e comode scarpe con il tacco. La musica si fa più intensa, come se volesse guidarmi, rimbomba nella testa, mi prende. Respiro profondamente, cercando di lasciarmi andare.

Quando il mio corpo sfiora il suo, si crea un contatto unico, un’armonia che trascende le parole. Le mie mani, inizialmente rigide, iniziano a sciogliersi mentre mi lascio guidare dal partner con i suoi gesti decisi. Ogni passo è una scoperta, una sfida, ma anche un potente gioco di equilibrio.
Il pavimento sotto i miei piedi sembra rumoreggiare, trasmettendo la storia di generazioni di ballerini. Ed ecco che, piano, con un po’ di insicurezza ma con un ardore crescente, inizio a muovermi con maggiore fluidità. La musica mi avvolge lentamente, come un abbraccio caldo, mi lascio guidare, mi affido al corpo del partner, e sento l’emozione pulsare nelle vene.

I miei primi passi di tango diventano una danza di emozioni, un viaggio che mi trascina in un altro tempo e spazio. È la felicità di una debuttante che, sorpresa dalla magia del momento, scopre che il tango non è solo un ballo, ma un’espressione profonda di sé e un profondo contatto con gli altri. È un affidarsi a un uomo, a volte sconosciuto, ma con il quale si crea un contatto che va oltre i movimenti e passaggi imparati a scuola. Nella vita, ci si avvicina e si abbraccia un uomo per amore; nel ballo è uno slancio verso un corpo che non si conosce, che non si ama, ma che prende, che si asseconda, che ti avvolge i sensi, in un vortice di passione, ma anche di distacco. Ogni passo è un piccolo trionfo, un segnale che mi invita a continuare, a esplorare, e a lasciarmi andare in questa meravigliosa avventura.

Ogni movimento racconta una storia, la mia e del ballerino con il quale entro in sintonia; così come quella di altri ballerini in sala che non quasi non vedi più, nella concentrazione e nel vortice di emozioni. La musica risuona allora oltre la sala, nel profondo dell’anima. Il primo incontro con il tango è spesso segnato da una miscela di timore e curiosità; ci si sente come un esploratore in un regno sconosciuto, pronto a scoprire non solo una danza, ma un modo di esprimere sentimenti.

Il primo abbraccio con il proprio partner, quel contatto fisico che sembra dissolvere le barriere, è un momento di pura magia. Il tango è una conversazione silenziosa, un dialogo che si esprime attraverso il corpo. La connessione immediata che si stabilisce è palpabile: è un invito a lasciarsi andare, a fidarsi dell’altro. Questa intimità, spesso estranea nella vita quotidiana, trasforma il danzare in un’esperienza di vulnerabilità e apertura.

Ciò che colpisce di più i principianti è l’impatto emotivo di ogni nota musicale. La melodia del tango, spesso interpretata con violino o bandoneón, ha il potere di evocare nostalgia e passione. Ogni brano narra un frammento di vita, capace di trasportare il danzatore in un’altra epoca, facendogli rivivere le gioie e i dolori delle generazioni passate.

Come scriveva il celebre poeta e scrittore argentino Jorge Luis Borges, “Il tango è l’arte dell’incontro, il momento in cui due anime si incrociano”.

Il tango, danza emblematicamente argentina, si è evoluto nelle strade di Buenos Aires alla fine del XIX secolo, un crocevia culturale che ha mescolato tradizioni africane, europee e locali. Dal suo esordio nei quartieri popolari, il tango ha attraversato il tempo per diventare un simbolo di passione, eleganza e condivisione emotiva, capace di incantare chiunque si avvicini a questa forma d’arte.

Per comprendere appieno il fascino del tango, è importante conoscere le sue radici storiche. Negli anni ’20, il tango conquistò il cuore di Parigi, diventando simbolo di eleganza e raffinatezza. Le milonghe, i luoghi di incontro per danzatori, erano animate da una vivace atmosfera di socialità e creatività. Non solo un modo per ballare, ma un’occasione per intrecciare amicizie, condividere esperienze e, perché no, vivere amori fugaci.

Nel corso del XX secolo, il tango subì numerosi cambiamenti, diffondendosi in tutto il mondo e adattandosi a diverse culture, mantenendo sempre l’essenza di una danza intrisa di emozione. Oggi, il tango è celebrato non solo in Argentina, ma in ogni angolo del pianeta, dove appassionati di ogni età si ritrovano per abbracciare questa forma d’arte.

Quindi, perché non lasciarsi tentare dal fascino del tango? Perché non unirsi a questa danza che trascende il tempo, in cui ogni passo è un invito a esplorare la propria anima e quella degli altri? La strada per diventare un ballerino di tango è lastricata di sfide, ma è anche un cammino ricco di emozioni, scoperte e attimi indimenticabili.

Il tango infatti è un viaggio non solo fisico, ma soprattutto emotivo e spirituale. È una celebrazione della vita, della passione e della libertà di esprimere se stessi attraverso il movimento. Chiunque abbia il coraggio di avvicinarsi a questa danza troverà una porta che si apre su un mondo di colori, suoni e sentimenti, dove ogni ballo è una nuova avventura da vivere. Non resta che alzarsi in piedi, abbracciare il partner e dare inizio a questa meravigliosa danza.
Tante sono le scuole di tango in Italia.

A Viterbo la Golden Dance di Massimo Polo da anni avvia uomini e donne a conoscere e ad amare questo ballo. A Roma, da ASD Tanguedia di Dario Pizzini ed Emanuela Pansera, che con competenza, sapienza e professionalità, guidano gli iscritti e i principianti, a altre innumerevoli realtà, i soci si uniscono in associazioni di amicizia e di ballo e fioriscono locali e occasioni per passare pomeriggi e serate fra pratiche e milonghe, momenti di convivialità, attività e svago. In nome del tango.

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Michelangelo Buonarroti, Il Tondo Doni, tempera grassa su tavola 1505-1506

Michelangelo Buonarroti,
Il Tondo Doni, tempera grassa su tavola 1505-1506.
E’ conservato alla Galleria degli Uffizi Firenze.


Lo possiamo ammirare nella sua cornice originale ,
probabilmente disegnata dallo stesso Michelangelo.
E’ l’unica opera su supporto mobile certa e compiuta dall’artista.

Questa di Michelangelo è Una Sacra Famiglia rappresentata come mai si era vista prima, che stravolge tutta l’iconografia precedente. I tre personaggi centrali sono dipinti come un gruppo scultoreo: Maria posa il libro che sta leggendo e con una torsione del corpo alza le braccia per prendere il Bambino che Giuseppe le sta porgendo. Su una prospettiva diversa, sullo sfondo, figure nude raffigurano quattro sculture dell’Antichità: Apollo seduto, Apollo del Belvedere, il Laocoonte,
Amore con l’arco.
Sulla destra un paesaggio montano: La Verna, il monte su cui San Francesco trascorreva periodi di silenzio e preghiera e dove ricevette le stimmate.
Mondo pagano e mondo cristiano.

Il ricco banchiere Agnolo Doni legò indissolubilmente il suo nome a quello di Michelangelo per questo tondo che è la sua più alta prova pittorica prima della Sistina. Agnolo era la taccagneria incarnata, il Vasari lo immortalò nelle sue Vite con la famosa frase:
-Spendeva volentieri, ma con più risparmio che poteva.-
Michelangelo, che aveva il suo bel caratterino e che pareva avesse giurato di lasciare a tutti un pessimo ricordo di sé, si prese il gusto di chiedere al banchiere il doppio della somma che avevano stabilito per il tondo.
Agnolo, nel quale la spilorceria andava stranamente unita ad uno sviscerato amore per le cose belle, dovette rassegnarsi a pagare, con grande strazio e gemiti, tutta la somma richiesta da Michelangelo.

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ACCADDE OGGI 2 NOVEMBRE 1940: NASCE A ROMA GIGI PROIETTI; 2 NOVEMBRE 2020: MUORE A ROMA GIGI PROIETTI

Una vita meravigliosa racchiusa entro la medesima data del 2 novembre e nella medesima città; in mezzo 80 anni di comicità, cabaret, teatro, film, fiction, canzoni, libri etc. all’insegna del garbo, dell’ironia, della romanità-italianità e dell’intelligenza.
Figlio di Romano Proietti, originario di Amelia (TR) e della casalinga Giovanna Ceci, Gigi nasce a Roma in via sant’Eligio, a pochi metri da dove era nato Ettore Petrolini (1884-1936), il “Gigi Proietti” del primo ‘900. Quando gli chiedevano se il suo stile venisse proprio da Petrolini rispondeva con una citazione del grande fantasista, come Gigi poco incline alle etichette: “Quando a Petrolini gli si chiedeva se discendesse dalla Commedia dell’Arte lui rispondeva “Io discendo solo dalle scale di casa mia”.
Fra i tanti trasferimenti romani soggiorna anche nella popolare borgata “der Tufello” dove avviene la sua prima formazione artistica-culturale. Gigi è un bravo studente: prende il diploma liceale e si iscrive alla facoltà di giurisprudenza ma mentre studia si appassiona alla musica ed impara a suonare chitarra, pianoforte, fisarmonica e contrabasso e comincia ad esibirsi nelle feste e nei locali. Un’attività che diventa sempre più importante e impegnativa; è così che, a pochi esami dalla laurea, abbandona gli studi.
Si iscrive al “Centro Teatro Ateneo”, una struttura dell’università “La sapienza” dove hanno insegnato, fra gli altri, Arnoldo Foà, Giulietta Masina e Giovanni Sbragia. La sua giornata tipo era formata da lezioni teoriche la mattina, prove in palcoscenico il pomeriggio e esibizioni nei locali la notte; quello che guadagnava di notte gli serviva per pagarsi le lezioni del giorno. Negli anni ’60 frequenta anche un corso di mimica; il direttore del corso, l’attore, mimo e regista Giancarlo Cobelli (1929-2012) nota le sue grandi doti attoriali e, nel 1963, lo scrittura per un suo spettacolo, il “Can Can degli italiani”. Dal 1964 comincia a recitare parti secondarie nel “Gruppo Sperimentale 101”, uno dei tanti centri teatrali sperimentali fioriti a Roma negli anni ’60 dove figurava, oltre Cobelli, anche Andrea Camilleri. Il suo primo ruolo sarà “l’upupa” ne “Gli uccelli” di Aristofane. Dal 1968 comincia a recitare nei ruoli di protagonista nel Teatro Stabile de L’Aquila.
Dal 1964 inizia a recitare anche per il cinema in film di Ettore Scola e Tinto Brass; per Brass interpreta il suo primo ruolo da protagonista ne “L’urlo”, presentato a Cannes. In quegli anni comincia ad apparire anche in televisione. Le sue apparizioni in teatro, al cinema e in TV si fanno sempre più frequenti e sempre più caratterizzate da ruoli importanti.
Nel 1976 stringe un importante rapporto di collaborazione con lo scrittore, commediografo e sceneggiatore Roberto Lerici (1931-1992) e comincia a scrivere e dirigere propri spettacoli dove mette in luce le sue formidabili doti di improvvisatore, monologhista, cantante, imitatore e ballerino; tra questi il celeberrimo “A me gli occhi please” che replicherà più volte nel ’93, ’96 e nel 2000, allo stadio Olimpico di Roma.
Nel 1978 è incaricato della direzione artistica del Teatro Brancaccio di Roma dove istituisce la sua celebre scuola per giovani attori “Laboratorio di Esercitazioni Sceniche” dove si formeranno generazioni di talenti come Giorgio Tirabassi, Massimo Wertmuller, Rodolfo Laganà, Francesca Reggiani, Flavio Insinna, Enrico Brignano e molti altri.
Da allora è un flusso continuo di apparizioni e produzioni in tutti i settori dello spettacolo sino alla grande consacrazione di massa del 1996 grazie alla serie TV “Il maresciallo Rocca”, ambientato nella stazione dei carabinieri di Viterbo con al fianco una superba Stefania Sandrelli. L’enorme successo della serie, con ascolti da Festival di S. Remo, obbligherà gli autori a ben cinque nuove edizioni.
Da quel momento Gigi Proietti cessa di essere performer teatrale, cinematografico e televisivo per assumere quello di Principe dello spettacolo.
Quanto grande è la sua immagine pubblica tanto riservata è la sua vita privata: dal 1962 è legato all’ex guida turistica, la svedese Sagitta Alter con cui conviverà per tutta la vita; dalla loro unione nascono le figlie Susanna e Carlotta.
Gigi ci lascia il 2 novembre di quattro anni fa, nel giorno del suo 80° compleanno, nella clinica romana Villa Margherita, dove era ricoverato, per un arresto cardiaco seguito all’aggravarsi di una cardiopatia.

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Un faro di Cultura e un evento straordinario: “Latium Art & Book Fair@Viterbo” Openhub Lazio

Viterbo – Si è svolto nella Città dei Papi il 27 settembre scorso, dalle ore 17,00, un evento eccezionale dal titolo “Letture condivise”, che ha riunito poeti della Tuscia e d’Italia di fama nazionale e nuovi scrittori, con il patrocinio della Regione Lazio, grazie a Officine Culturali Romane. Questa manifestazione culturale ha attratto appassionati di poesia, studiosi e curiosi, in un’atmosfera magica in cui le parole si sono intrecciate con l’intensità delle emozioni umane.

Nella sala, stracolma di gente, il contesto e l’atmosfera evocativa hanno amplificato e sublimato la potenza delle performance poetiche, fuse in un’esperienza letteraria completa, in cui le parole si sono intrecciate alle emozioni. La coordinatrice, il critico letterario dott.ssa Cinzia Baldazzi, in collaborazione con la poetessa pluripremiata Nadia Pascucci – che ha anche magistralmente condotto la manifestazione insieme all’organizzatrice – ha organizzato un evento in cui i poeti, invitati dalla giornalista e poetessa Anna Maria Stefanini (assente per motivi di salute) e da Nadia Pascucci, a uno a uno, si sono potuti esibire, in un crescendo di emozioni, fra gli applausi dei presenti.

L’evento ha visto la partecipazione di molti poeti, provenienti da diverse parti della Tuscia, ma anche da Ladispoli e dal Salento.
Ogni illustre poeta ha avuto l’opportunità di declamare una delle proprie opere più significative, spesso interagendo con il pubblico attraverso letture emozionanti.

Cinzia Baldazzi, critico letterario, coordinatore dell’evento

Hanno partecipato all’evento Roberta Mezzabarba, scrittrice e autrice anche del libro “Iulia Farnesia.Lettere da un’anima”; Paolo Fanelli, alias Luis Contenebra, scrittore e autore di “Metello. L’eroico bambino etrusco”; Cinzia Maria Adriana Proietti, scrittrice e presidente dell’associazione culturale FORMA aps, Nadia Pascucci, presidente dell’associazione culturale Tullius Cicero; Rosella Lisoni, scrittrice e presidente dell’associazione culturale La Torre della Tuscia; Anna Maria Fausto dell’Unitus; Sandro Maria Iacoponi, presidente dell’associazione culturale Vetus Urbs Cesare Iacoponi; Caterina Pisu, direttrice del Museo di Farnese; Franco Giuliani, presidente dell’associazione culturale Tuscia Dialettale; Raffaele Donno, vicepresidente dell’associazione culturale Archeotuscia.

In un’epoca in cui la comunicazione è sempre più digitale e spesso superficiale, i poeti hanno esplorato diverse sfaccettature dell’animo umano, in lingua italiana e in vernacolo, valorizzando l’importanza della poesia come strumento di resistenza, di celebrazione e di riflessione.
Le letture poetiche sono state a cura di : Marco Ambrosi, Giuseppe Bellucci, Silvana Cenciarelli, Enrico Concioli, Giovanni Battista Corsetti, Giuseppina Dibitonto, Maurizio Donsanti, Susanna Hirsch, Maria Morena Lepri, Gianni Natale, Pietro Pannucci, Gilberto Pettirossi Fabio Prili, Gina Scanzani, Stefano Giuseppe Scarcella, Enrico Schiralli, Rosanna Tarantello, Daniela Tasselli, Mario Pino Toscano.

Non si è trattato soltanto di letture poetiche. L’evento ha incluso anche il racconto di esperienze poetiche, come quella realizzata recentemente dai Poeti Capodimontani, esposto dalla direttrice museale Caterina Pisu, e workshop, una sorta di tavola rotonda dell’anima, dove i poeti hanno potuto interagire, approfondendo tematiche legate alla scrittura e alla recitazione poetica. Questi momenti di confronto hanno permesso a molti giovani poetesse e poeti emergenti di ricevere feedback sui propri testi e di confrontarsi con esperti del settore, creando un ambiente di apprendimento e crescita.
Una comunità poetica della Tuscia viva e unita da versi, parole ed emozioni. Dalle 10 alle 18,30 inoltre si sono potute apprezzare la libreria itinerante e la mostra d’arte, album fotografico di Adriano Camerini.

A conclusione dell’evento, si è instaurato un dialogo informale tra poeti e spettatori, una rete di connessioni preziose e durature nel mondo della poesia.

La poesia del resto è un’arte che trascende il tempo e lo spazio, capace di catturare l’essenza dell’esperienza umana attraverso parole scelte con cura; essa rappresenta non solo un mezzo di espressione, ma anche un veicolo di comprensione profonda della condizione umana.

Ogni cultura ha prodotto forme poetiche che riflettono esperienze e visioni del mondo. Dalla lirica greca alle ballate medievali, dalla poesia romantica alle avanguardie del Novecento, la poesia ha sempre avuto un ruolo cruciale nel documentare i cambiamenti sociali, politici e culturali. Attraverso la poesia, le società si sono raccontate, hanno espresso i propri sogni, le proprie paure e le speranze per il futuro.
La poesia è anche un mezzo di resistenza e interculturale: le parole hanno il potere di unire le persone attorno a un ideale comune e di dar voce a coloro che spesso non ne hanno. In questo senso, la poesia diventa un atto di denuncia, un richiamo alla giustizia e all’umanità.
La bellezza della poesia risiede proprio nella sua varietà di forme e strutture.

La manifestazione del 27 settembre ha dimostrato come, nell’era digitale, la poesia continui a evolversi.
La manifestazione si è affermata non solo come un grande successo ma anche come un faro di cultura e creatività in un’epoca in cui la poesia ha bisogno di spazi e opportunità per brillare. L’evento ha dimostrato che, attraverso la condivisione delle parole, è possibile costruire comunità e creare un impatto duraturo, esprimendo le sfide e le speranze dell’umanità. Ci si aspetta già la prossima edizione, promettendo di continuare a alimentare la passione per la poesia e a dare voce a chi scrive e ama le parole e la cultura. Cinzia Baldazzi, nel suo post su Facebook, ha menzionato Andrea Lepone e Donato Bonanni. La scelta della galleria fotografica è stata curata da Adriano Camerini.










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Rotary concept: la cerimonia del passaggio del collare dal presidente Deneb Antuoni ad Andrea Morini e la festa della Charta

Nel lessico rotariano si chiama “passaggio del collare” e martedì 2 luglio 2024, negli accoglienti locali del Casale Tor di Quinto a Roma, Andrea Morini è succeduto al presidente Deneb Antuoni alla guida di quel laboratorio solidale e progettuale che risponde al nome di Rotary Club Roma Aniene per l’anno 2024-2025.
La cerimonia di passaggio tra un presidente del Rotary e il successore è un evento significativo che segna il termine di un mandato
e l’inizio di un nuovo, ma con un approccio di leadership sempre all’insegna della continuità.
La decorrenza della presidenza è coincisa con un momento altamente simbolico nel rituale rotariano: la festa della “charta”, ossia la carta costitutiva che sancisce la nascita di ogni club della costellazione rotariana. Una ricorrenza che consegna ai soci un percorso di crescita e un esaltante momento identitario comune.

Questo rito consolidato nell’organizzazione Rotary è intriso di tradizione e simbolismo e riflette l’importanza della continuità, della responsabilità e dell’impegno nel servizio comunitario. Il passaggio di presidenza è simboleggiato, attraverso la consegna della campana, simbolo del ruolo presidenziale, e del collare, che rappresenta autorità e responsabilità.

Il nuovo presidente Andrea Morini, il past president Deneb Antuoni e il prefetto Sara Iannone

La continuità si è percepita indubbiamente nei dettagli e, come tutti sanno, non c’è niente di più precipuo dei dettagli stessi. In un’organizzazione in cui lo stile vale non meno dei contenuti e dei progetti, la strategia dell’accoglienza equivale a un valore aggiunto universalmente apprezzato.

Il prefetto Sara Iannone

La cerimonia è iniziata con un’accoglienza calorosa ai partecipanti da parte del presidente Deneb Antuoni, del presidente incoming Andrea Morini e del prefetto Sara Iannone.

Dall’aperitivo in terrazza al tramonto, alla cura estrema dei simboli rotariani e della sala, la cerimonia del passaggio ha continuato a esprimere i propri bioritmi nella cena placée attraverso gli ottimi piatti e i vini preparati dagli chef del Casale di Tor di Quinto, con l’accompagnamento musicale del bravissimo ed eclettico Jerry Vasi.

Jerry Vasi e il past president Deneb Antuoni

Nel suo significativo discorso, il presidente uscente ha emozionato tutti i presenti, dando la possibilità di riflettere sulle sfide e i successi dell’anno trascorso e di ripercorrerne le tappe più significative: dalla partecipazione ai congressi distrettuali, alla collaborazione con la past governator distrettuale Maria Carla Ciccioriccio, della quale ha portato i saluti, ai progetti attuati, alla creazione del Rotaract fino all’assegnazione del prestigioso riconoscimento a Deneb Antuoni, dal Distretto, per suoi meriti e il proficuo impegno profuso a servizio del Club: il Paul Harris.

Il Presidente uscente successivamente ha ringraziato personalmente il Consiglio Direttivo e tutti i soci, ricordando l’impegno nei progetti intrapresi durante la sua annata di presidenza.
Deneb Antuoni ha ricordato anche la sua entrata, avvenuta circa 6 anni fa, nella grande famiglia rotariana e la nascita del glorioso club, che si sta sempre più ampliando e arricchendo di soci e iniziative.

Durante la cerimonia è stata premiata con il Paul Harris la tesoriera del Club, Rosa Altavilla, già ex presidente, per l’ impegno profuso durante questi anni. Rosa ha certamente contribuito a consolidare il senso di comunità, di collaborazione e a lei va la gratitudine di tutti i soci del Club.

Rosa Altavilla fra Deneb Antuoni e Sara Iannone

Il discorso di incoraggiamento e di visione del nuovo presidente Andrea Morini ha ispirato i presenti a continuare nel lavoro di servizio e progettualità che contraddistingue il Rotary.

Andrea Morini

Andrea Morini, dopo aver salutato i presenti e i soci fondatori e aver ricordato di essere parte del nucleo ristretto che proprio a Casale di Tor di Quinto, sei anni fa, costituì il R.C. Roma Aniene, si è presentato a chi, fra i presenti, non lo conosceva ancora bene: “Sono oramai da oltre 20 anni parte di questa famiglia”. Ha poi presentato la compagna Claudia e i figli Lorenzo Giovanni e Beatrice Sofia. “Essi sono il mio quadrato magico, la mia fortress behind – ha detto il nuovo Presidente. Poi ha spiegato:”Nella vita faccio da oltre 30 anni l’avvocato, da oltre 10 sono fiduciario per lo sviluppo e la strategia di imprese, istituzioni e famiglie. Ma è alla mia esperienza associativa che voglio riferirmi per il seguito.
Ho all’attivo 17 anni di appartenenza nell’associazione francese Operà di Parigi, per la quale sono stato prima dirigente locale per circa sette anni e poi dirigente nazionale per tre anni. Sono stato il dirigente locale con il maggior numero di tenute condotte – oltre 100 – nonché organizzatore di eventi internazionali e locali. Allo stesso tempo sono membro da 15 anni dell’OSMTH organizzazione templare americana ed anche per svolgo da circa sette anni attività a livello locale di natura culturale, organizzando eventi e convegni.”


Andrea Morini ha poi illustrato i suoi obiettivi:” Rinforzare il believing del club cioè la credenza, l’identità rotariana nella sua essenza, rinforzando il club nell’ esperienza di Rotary internazionale.
In secondo luogo rinforzando il club nell’esperienza di networking nazionale e locale. E quindi nei rapporti – cioè conviviali e soprattutto condivisione di progetti – con altri Rotary nazionali e locali;
in terzo luogo avviando una nuova progettazione di lungo tesa a fare impatto, aumentare la portata, farsi conoscere- Ovvero tre degli obiettivi indicati dal Piano d’azione del nuovo Governatore Arcese.”

Il Presidente è poi entrato nei dettagli della progettazione: creare la prima televisione Rotary di Roma, in verità anche la prima televisione Rotary in Italia. Ha poi invitato tutti a partecipare all’approfondimento del Piano d’azione che si farà il prossimo 10 Luglio in quella che sarà la prima conviviale del nuovo a.r..

Andrea Morini assume dunque la guida del Club con un programma ambizioso, incentrato su innovazione, continuità e service, in un ambiente che valorizzi le potenzialità di ogni socio.

Tra i presenti: la futura presidente del Rotary Club Roma Aniene 2025-2026 Elisabetta Gabrielli.

Elisabetta Gabrielli

Non è mancata la presenza della quasi totalità dei soci e di numerosi ospiti esterni, amici del Club.

Carmen Costanzo

La socia, poetessa e scrittrice Carmen Costanzo ha declamato, fra gli applausi, una sua significativa poesia.
Fotografia di Mario Giannini.

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