“Il primo gennaio” nella poesia di Eugenio Montale

“Il primo gennaio” di Eugenio Montale

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzufino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.

So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un
raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa

Iniziamo l’anno in poesia con Eugenio Montale e il suo testo dedicato al Capodanno. Il primo gennaio è un giorno particolare, strano, apatico, intorpidito, come se faticasse a risvegliarsi da un lungo sonno.

È il giorno dei calici vuoti, dei resti del cenone, dei nastri della festa sparsi ancora per le stanze della casa vuota. È un giorno silenzioso, dopo i botti, la gente, i brindisi.
È un giorno che ti inghiotte con buoni propositi e speranze. Il tempo non ha confini, eppure l’inizio di un nuovo anno reca timori e desideri.
È l’enigma del Tempo, che fugge, e che proviamo a imbottigliare in mesi e anni.

L’ attimo muore e un altro sorge, nel compimento di un processo astronomico.
Pensieri scavano
l’altopiano dell’alba di un giorno nuovo
e ci obbligano ad attendere altri
dodici e irreparabili rintocchi.

In questi splendidi versi, contenuti nella raccolta Satura (1971), Montale ci restituisce, in modo veritiero, l’atmosfera del primo giorno dell’anno, spogliandolo della finta (e spesso ipocrita) patina di allegria che la tradizione le ha assegnato.
Protagonista indiscussa de Il primo gennaio è Drusilla Tanzi, detta “Mosca”, la moglie del poeta la cui presenza-assenza è un filo conduttore dell’intera raccolta; suoi sono i gesti compiuti in questa giornata che appare sospesa in un confine incerto tra passato e futuro, tra mondo reale, concreto e un imprecisato aldilà.

Ciascuna delle tre strofe sviluppa con efficacia un diverso aspetto del
dramma: «vivere non esistendo», perché mai realmente veduti da alcuno, al punto che l’origine
stessa dell’essere si confonde con una “quinta”, un ingannevole “fondale”; «esistere non vivendo»,
perché ogni colpo di vento strappa radici troppo poco profonde per poter germogliare; l’incapacità
di porsi domande fondamentali, «il come – il dove – il perché», rassegnati al «non importa», come
a una sentenza che annulla ogni possibilità di ricercare se stessi e, attraverso se stessi, gli altri e il
senso della vita.
Un’esistenza priva di vita è una resa che genera frustrazione e dolore.
Troppe persone esistono, senza vivere.
Nella triste euforia di un nulla che sentono dentro.
In un contesto così ferito dal non senso e dal non futuro, la scuola e la famiglia sono chiamate a ripensare, e a ritrovare, il loro naturale ruolo-guida fra le giovani generazioni.

Lo scheletro di un albero di Natale scosso fuori dal balcone dalle mani di una donna intenta a fare pulizie non scrolla via il senso di vuoto che a volte pervade l’anima. I gesti semplici, concreti e pratici della moglie del poeta, che pulisce la casa dopo le feste, si oppongono all’apatia di Montale, volto a riflettere sul fatto che si possa “vivere” anche “non esistendo”.
Dichiarò Eugenio Montale in L’intervista immaginaria
“Un poeta non deve sciuparsi la voce solfeggiando troppo, non deve perdere quelle qualità di timbro che dopo non ritroverebbe più. Non bisogna scrivere un serie di poesie là dove una sola esaurisce una situazione psicologica determinata, un’occasione”.

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